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sabato 2 giugno 2018

Genesi di un'opera: una retrospettiva di Umberto Lilloni presso lo Studio Bolzani

Si è tenuta presso lo Studio Bolzani di Milano una interessante retrospettiva sull'opera di Umberto Lilloni intitolata: "Genesi di un'opera".
Come suggerisce il titolo, la mostra cerca di scavare nei meccanismi creativi dell'artista indagando sulle modalità con cui un opera prende forma. Una serie di disegni a corredo del grande dipinto "Studio per l'estate" hanno costituito il focus della mostra, affiancati ad altre opere eseguite in varie epoche.
La mostra nasce anche da una dedica fatta dal maestro al nonno del titolare della galleria a suggello di una amicizia che di generazione in generazione ha marcato il passo della storia meneghina. Infatti l'amicizia che mi lega ad Angelo Bolzani si ritrova sessant'anni dopo quella dedica, nel centoventesimo anniversario della nascita di Umberto Lilloni e a quasi un secolo dalla fondazione dello Studio Bolzani. Numeri d'altri tempi, questi. Nel nuovo millennio, dove gli eventi si misurano in semestri e l'obsolescenza di una novità difficilmente riesce a superare l'anno, parlare di lustri o addirittura di secoli e qualcosa di inconsueto.

giovedì 17 maggio 2018

Nico Rocha alla Fabbrica del Vapore di Milano

Nico Rocha partecipa con una retrospettiva dedicatagli in una delle sale della Ex Cisterna della
Fabbrica del Vapore, ad una mostra collettiva di artisti brasiliani.
Dal 18 al 28 maggio saranno esposte delle sculture di Nico Rocha nell'ambito della rassegna di artisti brasiliani organizzata da Inside Brasil, organizzazione nata da Tania Berni e Stefania Cesari per la promozione dell'arte brasiliana in Europa.
La mostra, con il titolo "Territori paralleli" manifesta la volontà di gettare un ponte tra vecchio e nuovocontinente per il tramite della cultura delle arti visive.
La mostra raccoglie diverse forme di espressine che spaziano dalla pittura alla fotografia passando per delle installazioni.

Nico Rocha, architetto e scultore, non è nuovo sulla ribalta italiana. Le sue prime mostre risalgono alla seconda metà degli anni ottanta. Grande stupore curiosità suscitò la sua innovativa tecnica esecutiva. Si trattava infatti di reti plasmate a mano, usate come materiale duttile che, sapientemente modellato, assumevano forme umane in pose dinamiche. Opere che giocando con le luci creavano effetti sorprendenti nell'ambiente in cui erano collocate.


Ombre disegnate sui muri replicavano l'opera dando allo spettatore nuovi spunti interpretativi. Gli spettatori, infatti, potevano guardare la proiezione dell'ombra, godendone la tridimensionalità generata da un chiaroscuro generato dalla addensarsi delle linee, oppure leggere il volume sospeso nello spazio in continuo movimento.
Oggi a più di 30 anni dai suoi esordi in Italia, lo stupore non muta, e in questa cornice di archeologia industriale riattata alla promozione culturale, le sue opere ritrovano una rinnovata vita.


In un video realizzato da Max Ferrari una visita veloce alla mostra


 








Fabbrica del Vapore, Ex Cisterna
18-28 maggio




martedì 6 febbraio 2018

Vincenzo Costantini su Emporium critica la mostra alla galleria "Il Milione"

"... Ma le forme, in generale sono vuote. Il colore fantastica le scene, ma questa appaiono inconsistenti appunto per assenza di plastica, di rilievo formale. Se l'artista un giorno riuscirà a rendere più solide e, dirò con Berenson, più "tattili" le sue opere, potrà offrire alla tradizione lombarda documenti di autentica arte."
Vincenzo Costantini, Emporium, 1934

Perchè Costantini critica così nel 34 Lilloni?
Perchè sostiene che non è "autentica arte"?
Perchè sostiene che il colore che "fantastica le scene" sia un elemento che fuorvia dalla "autentica arte"?
Perchè l'assenza di  "plastica, di rilievo formale" dovrebbero essere considerate delle mancanze?

Solo nove anni prima Margherita Sarfatti elogiava in un articolo pubblicato sul Popolo d'Italia Lilloni e i suoi "valori plastici della figura ...". Nel 1927, infatti, Lilloni si accostava al Novecento per i toni cromatici e i valori plastici dei suoi dipinti. Proveniendo dagli insegnamenti dello scapigliato Rapetti, da Cesare Tallone, Alciati e dal'ammirazione che lui aveva per Gola, gli venne naturale accostarsi a questo movimento. Poi un cambiamento, lento e progressivo, maturato nel tempo e nella riflessione.

Volendo dare risposte ai quesiti posti dalle affermazioni di Costantini si vede come la risposta sia semplice: Lilloni supera i limiti di un "Novecento" abbracciando il "Chiarismo" e distaccandosi da una forma di espressione artistica tendente ormai al regime.
Tutte le critiche mosse da Costantini a Lilloni diventano i punti di forza della reazione a Novecento da parte di un manipolo di artisti milanesi, affiancati dal giovane critico Edoardo Persico proveniente da Torino, che nei primi anni '30 uscirono dal coro. Si allontanarono dai colori scuri,  dal trionfalismo monumentale e dalla "plastica" solida e scultorea.

La poesia di Lilloni è derivata proprio dal colore che "fantastica le scene"; essa è stata ricercata con accanimento negli anni a seguire, fino a maturare uno stile unico e personalissimo, in continua ed inarrestabile evoluzione; una evoluzione continuata ed incessante protrattasi fino alla sua morte nel 1980.
Una critica che voleva essere uno sprone al ritorno nei ranghi, forse è stato un incentivo ed uno sprone a proseguire in quelle intuizioni che progressivamente lo hanno portato ad essere quell'artista che tutti noi conosciamo: etereo, sognante, poetico, non mimetico ma creativo.
Le figure diventano sempre più sognate, eteree. La solidità voluta dal "novecentista" Costantini è stata abbandonata definitivamente. Lilloni ne è libero e porta avanti il proprio stile, la propria poesia.

domenica 20 novembre 2016

Focus sull’artista: Alessandro di Vicino Gaudio di Giulia Kimberly Colombo

Focus sull’artista: Alessandro di Vicino Gaudio
di Giulia Kimberly Colombo

Alessandro di Vicino Gaudio (Napoli, 1985) è il protagonista della mostra in fase di realizzazione alla Galleria Schubert di Milano. Dopo l’ultimo evento dedicato ad uno dei più importanti esponenti del movimento Madì (Materialismo Dialettico), Lorenzo Piemonti (Carate Brianza, 1935- Carate Brianza, 2015), la scelta per la nuova esposizione ricade su un giovane artista, portavoce di uno stile e un messaggio completamente diversi.
Gaudio nasce a Napoli, ma studia e si forma all’Istituto Statale d’arte “F. Russoli” di Pisa. Ottenuto il diploma in pittura nel 2004, si dedica a un’arte che indaga il reale e i rapporti sociali del mondo moderno con uno sguardo lucido, operando una critica puntuale sugli aspetti più inquietanti dell’odierno modo di relazionarsi della civiltà Occidentale.
L’Uomo è infatti al centro della sua ricerca: l’Uomo moderno con le sue angosce, le sue speranze, l’Uomo che entra in contatto con i suoi simili, non sempre secondo modalità pacifiche e intenzioni benevole. Tuttavia, l’individuo e le relazioni sono il campo d’indagine di Alessandro Gaudio e le sue opere riflettono il reale coinvolgimento che l’artista avverte nei confronti di una società sconvolta dall’avvento delle comunicazioni di massa, spersonalizzata da un uso smodato e irragionevole della tecnologia, iper-competitiva e spesso disumana nei confronti dei perdenti e di chi non viaggia al passo con cambiamenti sempre più rapidi.
La tecnologia, in particolare, entra prepotentemente nelle sue opere, sia dal punto di vista contenutistico, che tecnico: la serie Organic and Bionic del 2014 esplora il ruolo che la Tecnica riveste oggigiorno nella vita di ciascuno di noi, portando agli estremi le conseguenze del dispotismo della macchina sulle emozioni umane. La stessa Tecnica che però si mostra pericolosa e alienante, in queste opere diventa parte integrante del linguaggio di Gaudio, che la sfrutta per creare immagini in movimento e definire il suo stile, a metà strada tra la street-art e la video-arte. Questa duplice lettura dei fenomeni moderni, materializzata in quadri che combinano pittura e video, è uno dei aspetti più interessanti della visione dell’artista.
Attraverso lo scambio di idee intercorso nel tempo con il gallerista Andrea Schubert, Gaudio fa propria la riflessione di una figura fondamentale del mondo intellettuale e letterario italiano del secondo Novecento, Pier Paolo Pasolini, quando a commento di una sua opera, Obstacles (2016), riporta le parole del grande scrittore, poeta e regista: “Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce […] A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo”.
Si tratta di un riferimento estremamente significativo per un artista di una generazione, quella dei ragazzi e ragazze nati tra il 1985 e il 1995, alle prese con un surplus di violenza nel mondo, con una classe politica che non la rappresenta, portavoce soltanto di una retorica sguaiata e che parla ai ‘vincitori’, con un mondo del lavoro crudele ma esigente, con un futuro incerto e pieno di angoscia.
Gaudio con le sue opere intende senza dubbio criticare, svelare le dinamiche che portano ciascuno di noi a ‘obbedire’ ai condizionamenti imposti dal consumismo e dalla corsa al profitto, ma non perde una qualità che appartiene per definizione proprio ai giovani: l’idealismo. Non mancano spiragli di ottimismo, di apertura verso un ignoto, ma anelato, cambiamento sociale.

Forse proprio in virtù di questa ricerca che vede mescolarsi la disillusione e lo sconforto per il presente, ma anche un sentimento di positiva attesa per un futuro migliore, Alessandro Gaudio si mostra come interprete autentico e sensibile di quella società che ritrae e che spera, attraverso il mezzo dell’arte, di cambiare.

www.schubert.it/gaudio2
Giulia Kimberly Colombo e Alessandro Di Vicino Gaudio

martedì 27 settembre 2016

Lorenzo Piemonti Opere Madì


In collaborazione con il collezionista Maurizio Calvi, amico dell'artista, e della moglie in galleria viene allestita una mostra retrospettiva ad un anno dalla scomparsa di Lorenzo Piemonti.
L'esposizione si è concentrata sul fertile periodo in cui Piemonti, contribuisce a portare il pensiero Madì in Italia fondandone, con un gruppo di artisti una "congrega" coesa. Questa esperienza lo portò ad esporre in diversi paesi assieme ai fondatori del Madì argentino, paese d'origine.

La mostra incentrata prevalentemente su un nucleo di opere di piccole dimensioni, oltre ad essere un sunto della fertile produzione del maestro, vuole essere uno stimolo per approfondire la conoscenza di un artista che in circa sessant'anni di attività ha studiato, prodotto e contribuito all'evoluzione dell'espressione artistica del nostro paese.
Accompagnata da un catalogo con un saggio di Lorenzo Bonini e diverse testimonianze critiche la mostra può essere visitata in galleria fino al 29 ottobre 2016 o avere una carrellata delle opere sul sito della galleria: www.schubert.it/piemonti

giovedì 17 marzo 2016

Lilloni: centralità e marginalità dei suoi luoghi

Tralasciando l'attività creativa dei primi anni quando, reduce dal fronte e carico di quei valori estetici appresi in accademia indissolubilmente legati all'arte di fine ottocento, pregni degli ideali della scapigliatura, entra nel novero di Novecento e concentrandoci sul periodo che maggiormente ne ha identificato l'arte, cioè quello del Chiarismo lombardo, non possiamo ignorare l'importanza del luogo in cui Lilloni dipinge. Ed è la centralità del luogo che, in quanto strumento, in apparenza dovrebbe essere evidenziata. Infatti, parlando di un pittore  en plein air, i luoghi da cui le opere prendono spunto assumono un significato particolare anche se, in questo caso, potenzialmente marginale. Ed è proprio la marginalità del luogo rispetto all'opera che si vorrebbe qui evidenziare, in quanto l'arte di Lilloni non è certamente un arte mimetica. L'opera non è semplice rappresentazione cronistica e banalmente descrittiva, ma subisce quella metamorfosi poetica che l'artista attinge dal proprio repertorio di cose e di colori depositato nel suo io più intimo, depurate dal tempo e dall'esperienza e trasformate in altro. Appare chiaro così che la natura dipinta è una proiezione interiore e che il paesaggio sia il luogo specifico che aiuta a far emergere quella interiorità che altrimenti rimarrebbe inespressa. Una sorta di catalizzatore emozionale che l'artista trova solo entrando in una condizione di solitudine completa, in stretto contatto con la natura, senza altro fardello se non tela, colori ed occhi.


Per Lilloni il paesaggio diventa auto riferimento linguistico: una rappresentazione soggettiva, lirica, legata all'emozione dello stato d'animo. Potremmo arrivare a dire che il paesaggio, e quindi il luogo, è un semplice pretesto, un elemento compositivo come per altri potrebbero esserlo il cerchio ed il quadrato. 
Ma se il paesaggio è il pretesto, il luogo è comunque necessario e centrale. Il luogo, che è altro da se, divenuto proiezione del proprio io, viene trasposto come idea su tela.
Uno specchio in cui riflettersi; una idealizzazione con cui confortarsi.
Ad avvalorare questa ipotesi troviamo, nell'evolversi del pensiero artistico e nell'affinamento della ricerca in età matura, tronchi con cortecce violacee, foglie blu, algidi colori che costruiscono una realtà emozionale che prescinde dal fenomeno ottico e si arrocca in quello inconscio.
Addirittura, cercando di farsi capire meglio, Lilloni arriva a dipingere opere con delle forme assimilabili a delle astrazioni. Non che queste opere siano il punto d'arrivo, l'obiettivo ultimo da raggiungere. Al contrario. Sono però fondamentali per la piena comprensione del modus operandi; ovvero del processo creativo che, in altre parole, è l'estetica dell'opera artistica. Lilloni rimarrà fedele alle proprie fonti d'ispirazione e al modo di trovarle dentro di se attraverso il "fuori" da se. I luoghi che periodicamente visitava e dipingeva sono la centralità e nel contempo la marginalità del suo fare artistico.